Ah, lei fa il compositore? E che genere di musica scrive?

by Alessandro Solbiati

Edited by M° Carlo De Incontrera
Published by Teatro Comunale di Monfalcone
December 2002

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La musica oggi è vittima di una evidentissima contraddizione, e non solo in Italia. Da un lato, infatti, essa è l’arte ignorata dai programmi scolastici, mentre dall’altro è l’unica fruita tutti i giorni, quella, per meglio dire, che invade la quotidianità anche indipendentemente dal nostro volere.

Tale contraddizione espone ciascuno alla più totale sprovvedutezza nel momento in cui bisognerebbe scegliere quale musica ascoltare. Non vi è infatti bar, negozio o supermercato che non ci avvolga con un sottofondo musicale, quasi non si potesse mai stare nel silenzio; la vita dei giovani è scandita dalla frequentazione delle discoteche, le ore che essi passano sui libri di scuola vedono costantemente acceso lo stereo di fianco e c’è chi, salendo in auto, mette in funzione l’autoradio ancora prima del motore. Naturalmente, nella maggior parte dei casi, non si tratta di ascolto, ma di una semplice modalità per evitare anche un solo attimo di silenzio, poiché esso risulta sempre più scomodo ed imbarazzante per la nostra civiltà.

E il fatto è che la musica si presta docilmente a questo ruolo di tappezzeria dell’esistenza perchè è l’unica arte che non “costringe a sè” il nostro corpo, prima ancora che la nostra mente: leggendo un libro o ammirando un quadro, gli occhi, e con loro tutto il corpo, devono essere tenuti volontariamente fermi sull’oggetto in questione e in quel momento noi non possiamo svolgere alcun’altra mansione; le orecchie, invece, “lasciano passare il suono” indipendentemente dalla nostra intenzione e permettono nel frattempo al nostro corpo di muoversi e di agire oltre che alla nostra mente di pensare ad altro.

E questo è ideale in un mondo che, oltre a temere il silenzio, privilegia sempre più la quantità sulla qualità dell’agire: un gradevole e confortevole sottofondo sonoro, infatti, permette di ingannare il silenzio e di fare due cose insieme.

Come dicevo poc’anzi, d’altro lato la musica è la meno studiata delle arti; in realtà dovrei dire quella non studiata affatto, poiché il modo in cui essa è proposta nel normale percorso formativo a volte è ridicolo e più dannoso di una vera assenza.

La musica, che, in epoca medievale, aveva notoriamente un ruolo di primo piano nella formazione culturale elevata, essendo inserita del Quadrivium, il gruppo delle quattro arti scientifiche (con aritmetica, geometria e astronomia), è stata poi estromessa, non più considerata come parte integrante della cultura, nonostante la formidabile rivalutazione estetica imposta molti secoli dopo dalla concezione romantica. Ciò è dovuto ad una sorta di imbarazzo di fronte alla sua doppia anima: da un lato è stata considerata fin dall’antichità una sorta di matematica simbolica, in grado anche di influire profondamente sull’animo umano, dall’altro è sempre stata usata come una delle più facili ed efficaci forme di intrattenimento, utile a divertirsi cantando e ballando (e, perchè no, a corteggiare ragazze e ragazzi), nelle piazze reali del passato e virtuali dell’oggi (radio, televisione e discoteche).

Una parte importante della produzione del ‘7-800 ha saputo coniugare spessore intellettuale e forte capacità comunicativoa, raggiungendo una notevole diffusione, e non mi riferisco qui solo al melodramma e all’opera lirica, divenuti fenomeni sociali, anche per la loro spettacolarità, ma a certi brani di Mozart, Beethoven o Chopin e a forme che hanno saputo gettare un ponte verso la musica popolare (ländler, valzer e, in genere, le danze).

Poi, il XX secolo a poco a poco ha relegato la musica complessa in una nicchia ristretta di cultori e specialisti, riesumando di fatto il medievale concetto di “musica reservata”; e si noti che mi riferisco sia alla produzione a quel punto confermata dalla storia (da Bach e Wagner), sia a quella che veniva via via composta (la cosiddetta “musica contemporanea”). Le due facce di questa specie di Giano bifronte, musica come speculazione e come intrattenimento, si sono separate sempre più, a vantaggio ovviamente della seconda. In un mondo che, assieme alla ricerca del denaro, ammette come proprio interesse solo la distrazione e il divertimento, una musica di facile ascolto e di immediata comprensione ha potuto senza problemi divenire l’unica davvero esistente ed anche, meraviglioso abbinamento, una vantaggiosa industria.

Ed in questo senso ad essa non sono più state attribuite le credenziali culturali per essere davvero insegnata a scuola.

Alcuni anni fa Guido Salvetti, musicologo e attualmente Direttore del Conservatorio di Milano, durante una trasmissione televisiva, venne posta all’improvviso una domanda “impossibile”, forse con un pizzico di ironia e provocazione:”Maestro, che cos’è la musica?”. Con grandissima prontezza di spirito e con altrettanta intelligenza, egli rispose, spiazzando l’interlocutore: “La musica è un modo particolarmente complesso di pensare e di sentire”.

Poche risposte potrebbero essere più perfette di questa, ma è purtroppo anche vero che poche risposte potrebbero risultare più estranee e incomprensibili alle orecchie dei più, oggi; è del tutto al di fuori della nozione comune il fatto che comporre musica richieda tecnica e pensiero quanto sensibilità, conoscenza delle strutture melodico-armoniche quanto intenzione espressiva, conoscenza dei percorsi storici del linguaggio musicale quanto creatività. “Fare musica” (eseguirla e comporla) è considerato dai più un atto spontaneo, una sorta di presa diretta con il “cuore”, che non richiede mediazioni culturali, una sorta di semplice “dar sfogo ai sentimenti”.

È pur vero che questa opinione incredibilmente ingenua può essere estesa a tutte le arti: se da un lato ognuno sa che non ci si improvvisa medici, fisici o ingegneri, dall’altro migliaia di persone scrivono versi o afferrano un pennello senza avere alcuna nozione o poetica. Ma mentre tutto ciò rimane normalmente confinato nella sfera del dilettantismo e del piacere privato, dell’hobby insomma, in musica lo spontaneismo più naif, sotto il quale si cela una totale ignoranza dei più elementari meccanismi del comporre, è divenuto una bandiera, un’ostentazione di presunta libertà espressiva; l’industria se ne è impadronita rivestendolo di giovanilismo, e il risultato è la spaventevole povertà tecnico-espressiva di una parte stragrande della musica di consumo.

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