Eccoci alla settimana dedicata a Giovanni Mareggini e Kumi Uchimoto

Daniela Iotti scrive di Bruno Bettinelli per la produzione “Movimento senza fine. Il Flauto protagonista del 900” con Giovanni Mareggini e Kumi Uchimoto.

Con Sonatina da concerto di Bruno Bettinelli, composta nel 1945 e pure concepita per flauto o violino, siamo alla metà del Ventesimo secolo, in un periodo di grandi sperimentazioni e innovazioni linguistiche che il musicista accoglierà gradualmente a partire dagli anni Sessanta, mantenendo comunque un saldo rapporto con la tradizione. Sebbene la personalità di Bettinelli si esprima al meglio nelle composizioni corali e sinfoniche, la musica da camera occupa un posto importante riflettendo i vari stadi del suo percorso compositivo. Negli anni Trenta e nell’immediato dopoguerra la sua musica si impernia su alcuni cardini fondamentali, quali la coesistenza di elementi diatonici e cromatici, una forte istanza costruttiva, la presenza ordinatrice del contrappunto e di saldi ancoraggi formali desunti dalla tradizione, cui si affiancheranno progressivamente elementi atonali insieme ad un uso molto libero e personale della dodecafonia.
Il termine “sonatina” rimanda ad un contesto facile e senza complicazioni, in linea con analoghi modelli del passato, soprattutto nel periodo classico, richiamato pure dalla canonica scansione in tre movimenti, dinamicamente articolati con due allegri esterni e un tempo lento centrale. Nell’”Allegretto” iniziale si coglie con chiarezza il tratto stilistico di affiancare zone diatoniche e cromatiche, peculiare del compositore milanese. La compresenza sortisce, dal punto di vista espressivo, una dialettica tra flauto e pianoforte per cui la condotta serena e fluida del primo viene alterata, offuscata da problematici accordi cromatici del secondo, in un gioco sottile di luci e ombre. La sezione conclusiva con trilli, acciaccature e mordenti pare risolvere con un gesto virtuosistico di puro suono, il dilemma. Il “Recitativo e arioso” centrale, col suo decorso lento e meditavo, manifesta nelle lunghe frasi del flauto, proiettate verso l’acuto e senza tempo, quella tensione al melos, al canto, pure tipica del fare compositivo di Bettinelli; ma anche qui gli accordi enigmatici e apparentemente estranei del pianoforte introducono una nota di sottile inquietudine. Nel “Rondò” che attacca senza soluzione di continuità, ogni nube, secondo i modi di un classico equilibrio, sembrerebbe dispersa nel segno di una brillantezza e vivacità, resa da rapidi passaggi di semicrome, note staccate, trilli, mordenti. La conclusione, tuttavia, nell’addensarsi degli abbellimenti e dei trilli, pare riproporre il gesto drastico del finale del primo movimento e tutto pare risolversi in una sorta di risata sonora senza repliche. La dimensione “facile” del brano non impedisce di cogliere un dato essenziale della musica di Bettinelli, ben individuato dalle parole di uno dei suoi numerosi allievi, tra compositori, pianisti e direttori d’orchestra divenuti celebri, Armando Gentilucci: «Il “melos” è sempre elemento conduttore e riassuntivo, così come persiste la fede nella musica quale “discorso continuo” e lineare».

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