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Alessandro Solbiati, the documentary ep. 2

From wednesday, May 18.2011 you’ll be able to enjoy on Limenmusic Web Tv the second episode of the special entirely dedicated to the renowned italian composer Alessandro Solbiati, edited by Alfonso Alberti, pianist and musicologist.

During this meeting, Solbiati will talk about his poetry and the beginning of his personal path into the the world of musical composition.

Furthermore you will be able to enjoy a beautiful concert: Dies for clarinet and piano (from “Pour Ph.B.” per clarinet, violin, cello and piano), written by Solbiati in 2005 and interpreted by Selene Framarin and Aska Carmen Saito.

Limenmusic’s Blog proposes an excerpt (in italian version) from a book written by Alessandro Solbiati. “Ah, lei fa il compositore? E che genere di musica scrive? Quattro saggi su un’esperienza.” edited by Carlo De Incontrera and published by Teatro Comunale di Monfalcone. Here he talks about his first experiences with the music and the art of composition.

Che genere di musica scrivo.

Curiosità incosciente.

Non sono mai stato davvero interessato all’esecuzione musicale, nemmeno nei lunghi anni in cui il pianoforte ha, molto tardivamente (tra i 18 e i 24 anni), preso buona parte della mia giornata. Non che io non sappia quanta creatività ci possa essere nell’interpretazione musicale, ma semplicemente quel tipo di creatività non mi appartiene. La mia vocazione è quella di sporcarmi le mani per trovare “il mio suono”.Nel 1961 o ’62, quando avevo 5 o 6 anni, regalarono a mio padre uno dei primi organi elettrici. Tutta la mia famiglia, pressoché priva di ascendenze musicali, giocava talvolta a suonacchiare qualche canzone, seguendo una guida numerica su uno pseudo-spartito. Una manopola, se situata in una certa posizione, permetteva di ottenere accordi maggiori e minori premendo un solo tasto della parte sinistra della tastiera, consentendo così di armonizzare le melodie. Io non ero affatto attratto dall’esecuzione delle canzoni, che trovavo gesto stupido e ripetitivo.Giocavo con la manopola, la giravo e rigiravo, perché capivo che, mettendola in un certo modo, ottenevo un suono semplice e, nell’altro, un suono complesso (sono parole di oggi e non di allora, ovviamente) e con la mano destra cercavo di ricostruire nella parte acuta la somma di suoni equivalenti al risultato magico della manopola. Evidentemente dovevo “fare mio” il suono, cercando di smontarlo, di rimontarlo, di penetrare il mistero degli accordi e non di riprodurre qualcosa di già confezionato. I miei genitori cercarono allora di farmi studiare musica, ma il risultato fu pessimo: dopo poche lezioni, mi rifiutai di continuare, perché trovavo tutto freddo e incomprensibile. Preferivo giocare con la manopola.
Si trattava quindi di un’attitudine “al fare più che all’apprendere”, che è poi sempre rimasta in me, seppur, spero, nella forma più matura dell’ “apprender attraverso il fare”…

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