Le interviste del mercoledì

VOLANDO, VIAGGIANDO, SUONANDO …
Stelia Doz, soprano

Il pianoforte è il primo amore oppure è stata la musica in generale?

Il pianoforte è stato il mio primo amore nel senso di “oggetto che produce suoni”. Infatti il primo strumento che ho avuto, a cinque anni, era un “toy piano”, un giocattolo. L’amore si è trasferito poi a un vecchio sgangherato piano a muro su cui spesso il gatto di casa amava passeggiare producendo lui stesso strane melodie.

Quale è stata l’emozione toccando questo strumento? In che modo si è manifestata la musica nella sua vita?

L’emozione era la meraviglia che provavo nel riprodurre canzoncine che già conoscevo o che avevo appena ascoltato: mi piaceva cantare nei coretti della scuola materna ma ancora di più amavo accompagnare mia sorella grande nella cantoria della chiesa barocca vicina a casa, dove lei si recava ogni domenica e spesso anche di sera, per “provare” inni e canti religiosi con altre ragazze, tutte raccolte intorno a uno strumento che mi sembrava immenso e poderoso: l’organo.

E’ ancora vivo in me il ricordo e l’odore di quelle scale a chiocciola impolverate, coi gradini scoscesi, un difficile percorso a ostacoli da cui si accedeva a un luogo unico, nato forse in tempi antichi e magici e dove, fatto strano per me ma importante, si faceva musica. A casa, poi, ricercavo quelle stesse melodie.

Che ruolo hanno avuto i genitori nelle sue scelte?

I miei genitori mi guardavano curiosi e divertiti da questa mia passione – perché già di passione si trattava – e mi assecondavano, per quanto possibile in una famiglia dalle modeste risorse economiche. Avevano lasciato da poco tutte le proprietà, terreni, la casa e la loro stessa vita a Umago, un paesino della costa istriana, in quella bella terra che non è più italiana ma che lo fu a lungo e che proprio in quegli anni passò alla ex Jugoslavia, ora Croazia. Pur essendo italiani, si erano sentiti stranieri in casa loro e se ne andarono definitivamente quando non gli fu più permesso di parlare la loro lingua.

Il Maestro è fondamentale? E’ anche una guida di vita?

Il Maestro è un esempio, come lo sono i genitori. Non può sbagliare perché l’allievo crede ciecamente in lui. L’organista della chiesa barocca mi diede i primi rudimenti ma dopo pochi mesi – forse rendendosi conto che facevo sul serio – mi affidò a un giovane musicista pianista e cantante, per prepararmi all’ammissione al conservatorio. Ebbi poi la fortuna di conoscere e di avere come insegnante, per tutto il corso di pianoforte, un’artista eclettica: Lilian Caraian. Le piaceva scrivere versi, dipingere, suonare e la sua passione mi contagiò. Intima di grandi musicisti triestini di quell’epoca: Dario de Rosa e Maureen Jones; il violinista Renato Zanettovich, il violoncellista Amedeo Baldovino. Il famoso Trio di Trieste. Facevano lezione nell’aula accanto a noi. Lei era dolce con me, eppure ne ero soggiogata; la mia timidezza di allora, inoltre, non mi permetteva di comunicare se non attraverso la musica.

Per raggiungere certi risultati bisogna essere molto rigidi con se stessi?

Si, è necessario avere un metodo ferreo per lo studio del pianoforte: occorrono ore di applicazione – soprattutto nel periodo della crescita – proprio perché le mani e le dita si trasformino e si “aprano” per meglio impadronirsi della tastiera. E non è stato facile, soprattutto quando faceva molto freddo, la casa non adeguatamente riscaldata, dimenticare tutto e concentrarsi su un passo difficile di una sonata di Beethoven o di una fuga di Bach. Inoltre al mattino frequentavo la scuola, di pomeriggio studiavo il pianoforte o andavo al conservatorio e di sera i compiti.

Spesso i miei genitori, preoccupati per la mia fatica o per qualche brutto risultato a scuola, mi invitavano a sospendere il corso di studi al conservatorio. Eppure, in quel momento dell’adolescenza in cui non sapevo neanche chi fossi e che cosa avrei fatto in futuro, avevo un’unica certezza: di musica si sarebbe nutrita la mia vita.

La musica comanda?

La musica comanda chi si fa comandare. Intendo che non tutti siamo disponibili ad ascoltare la “lingua musica”. C’è chi è più predisposto e chi lo è meno. Ma se sentiamo un contatto diretto con l’anima, se ne avvertiamo l’emozione, allora vuol dire che possiamo lasciarci andare alla musica.

Avevo 12 anni quando trovai alcuni spartiti di Lieder di Schubert nell’edizione Ricordi. Erano in tedesco ma anche in italiano; allora si usava. Non li conoscevo e me ne innamorai. Così, ogni giorno, dopo un certo numero di ore dedicato alla tecnica pianistica e allo studio di nuove pagine musicali per la lezione successiva, alla fine arrivava il momento più gratificante: quello di Schubert. Suonavo e a cantavo, contemporaneamente, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Capii allora che cantare era facile, più facile che suonare; e non l’ho mai dimenticato…

Le 7 note; secondo lei quali sono le note che riassumono con il suono un sentimento?

Le singole note non hanno potere alcuno, se non quello di incuriosire l’orecchio; soprattutto se ripetute in modo ossessivo possono creare un ambiente, una nuvola sonora in cui esaltare o far riposare la mente.

Lo sviluppo di una frase attraverso più suoni, anche associati al ritmo, ha invece il potere di produrre uno stato d’animo. L’insieme dei suoni, dunque, sia sviluppati in orizzontale, sia raccolti in accordi, può dare sensazioni diverse. Le più comuni sono l’agio o il disagio, la tranquillità o il nervosismo, stimolando esperienze ed evocando ricordi.

Immagino che come tutti gli esseri umani soffra di simpatie ed antipatie, l’antipatia è una difesa? Come la utilizza? Si basa molto sull’istinto?


Non si può dire che “utilizzo” l’antipatia perché preferisco non avere a che fare con le persone che non mi piacciono. Ma è davvero solo un fatto di “chimica” per cui – nello stesso momento – anch’io probabilmente risulterei non simpatica alla persona da evitare.

Ma quando è antipatico uno studente provo, e quasi sempre riesco, a non farmi coinvolgere, per essere comunque una buona insegnante. Però è davvero difficile che uno studente non mi piaccia.

Essere troppo sicuri è peggio di essere molto emozionati?

Essere emozionati per emozionare è sempre indispensabile in musica. Cioè è necessario riuscire a riportare alla luce i sentimenti dello stesso compositore nel momento in cui ha composto. Per farlo è indispensabile provare proprio quei sentimenti ed emozionarsi per comunicarli al pubblico. L’esecutore è un tramite.

L’emozione deve però essere costruttiva e non distruggere il messaggio che ci è stato affidato e che – con note sbagliate o con una tecnica non perfetta – perderebbe ogni ragione d’essere.

Essere “troppo sicuri” sembra una frase non esatta, nel senso che la sicurezza viene dalla consapevolezza della propria preparazione; e questo è un bene. La parola “troppo” significa che un esecutore ha bisogno di farsi forza – per superare la paura del pubblico – in modo velleitario: questo non è bene perché ogni riserva mentale impedisce di comunicare realmente.

E’ riconosciuta come un soprano che illumina il palcoscenico ci si riconosce?

No, ma mi piacerebbe sapere chi l’ha detto.

Qualora fosse così, ribadisco ancora che la funzione dell’interprete è quella di comunicare. Se si stabilisce un contatto, uno scambio con il pubblico, il pubblico sentirà e ricambierà.

In che modo la musica aiuta a conoscere la cultura?

La musica nasce per essere arte. Basta inquadrare il compositore nel periodo storico in cui è vissuto e avremo un’idea di quali altri importanti personaggi hanno attraversato la stessa epoca, dai politici agli artisti.

Se poi la musica è associata alla parola, a maggior ragione avremo altre sollecitazioni e riferimenti culturali, dalla mitologia alla poesia, alla leggenda. Se, ancora, la parola associata alla musica è in una lingua straniera (se si esegue ad esempio un Lied o una Mélodie) dovremo comprenderne a fondo il significato.

Ecco perché il musicista dovrebbe avere una notevole cultura.

E’ in arrivo una produzione con l’armonica a mantice di Corrado Rojac, ce ne parla?  

Per me si tratta di una sfida e di un momento di grande curiosità.

La sfida sta nel fatto di riuscire a rendere interessanti musiche e poesie che forse non sono stati considerate capolavori; siamo agli inizi dell’ 800, in un’epoca prolifica dal punto di vista musicale e queste arie da camera di Greggiati forse sono solo imitazioni di autori famosi quali Bellini, Mercadante, Donizetti. Ma che importa?

E’ importante ritrovare in esse l’ambiente salottiero dell’epoca.

La curiosità sta nell’originalità di questo strumento, l’armonica a mantice, che veniva usato nei salotti al pari di un pianoforte e che rende interessante perché ricrea i suoni che fanno rivivere quel mondo. Tra l’altro, lo stesso strumento è stato ricostruito sulle informazioni scritte all’epoca.

In questa produzione è presente il video. Quanto conta il video nella registrazione? (sia come esito finale che come presenza durante la registrazione)

Indubbiamente il video ha un impatto più diretto su chi ascolta rispetto a un normale CD. Si vede da vicino il momento in cui l’esecuzione nasce e si può seguirla passo a passo. Ma per il musicista il video è molto più impegnativo e per varie ragioni: quando si suona o si canta in un concerto si stabilisce un contatto con il pubblico, anche attraverso gli occhi, non solo con la voce o col gesto, e in sala di registrazione il pubblico non c’è. Bisogna immaginarlo.

Quando ci si esibisce in un concerto, l’errore dovuto a una parola o a una nota sbagliata è giustificato dalla “diretta”; lo stesso errore in studio non è tollerato. Se succede sarà necessario ripetere, spesso perdendo concentrazione e ispirazione. E un brano costruito a “pezzi” non può avere l’unità espressiva di quando è eseguito da capo a fine.

Perciò tutto diventa faticoso.

Esiste un compositore che ritiene “il compositore”?

Forse esiste un Compositore unico, ma per genere: Mozart è il compositore per il teatro; Beethoven è il compositore per l’orchestra; Chopin è quello per il pianoforte; Schubert è quello dei Lieder. Ma naturalmente tutto ciò, come ogni generalizzazione, finisce per essere molto riduttivo. Questi stessi musicisti hanno dimostrato la loro grandezza in vari generi; inoltre non posso dimenticare Monteverdi per il teatro del ‘600 né Wagner o Verdi o Puccini per il teatro tedesco e italiano; o ancora la poliedricità di Richard Strauss…

Allo stesso modo esiste un pezzo che è “il pezzo”? Perché?

Non esiste un unico “pezzo”. Esiste qualche cosa che piace di più; ma ogni brano è importante se sa emozionare, se riesce a trasmettere ancora il messaggio di chi l’ha scritto.

La sua vita ha una colonna sonora? Qual è?

Non ho una colonna sonora. Mi capita di ascoltare svariati tipi di musica, ma sempre accidentalmente, alla radio. Ma vado volentieri ad ascoltare i concerti sinfonici, alla Scala. A volte penso che – più della musica stessa – amo l’interprete, il direttore e chiunque sappia far vibrare qualche corda, anche se non troppo nascosta.

Stelia Doz insegna? 


Non solo musica …nel senso che l’abbiamo vista “in azione” con le sue allieve e l’impressione è stata quella di una guida dolcissima ma rigidissima, sbaglio?

Insegno con piacere perché gli allievi mi danno molto. Con qualcuno si stabilisce un contatto più intenso, con altri si arriva a scalfire soltanto la superficie ma il bello dell’insegnamento è che più si desidera approfondire, più si va a scoprire la parte nascosta di tutti noi, del docente come del discente.

Dagli allievi mi aspetto lo studio ma soprattutto serietà nel decifrare le pagine musicali. L’autore ha scritto tutto e l’interprete ha il dovere di essere meticoloso nel tentare di comprenderne la personalità, i segni, il mondo interiore da far rivivere attraverso la sua musica. Se non si è sufficientemente seri nello studio non si possono scoprire le “chiavi” di lettura né capire ciò che l’autore ci ha tramandato.

Qual è il sentimento che guida la sua vita?

La sincerità che è sinonimo di verità. Questo mi aspetto anche dagli allievi e dalle loro esecuzioni musicali. Essere “veri”, togliere ogni orpello per lasciar scaturire la realtà del messaggio. Il nostro mondo interiore può rivivere nella musica e riproporre quello del poeta-autore-compositore: basta permettere ad esso di venire a galla.

La musica ci fa entrare “in simpatia” e ognuno di noi rivive qualcosa di suo, ma per qualcuno è la prima volta. Ricordo l’emozione indescrivibile che provai ascoltando una mia compagna suonare la prima Ballata di Chopin a un saggio di pianoforte. Non avevo mai sentito Chopin e credetti che mai avrei potuto suonare così; quando anni dopo, da adulta, con grande circospezione presi lo spartito e provai a leggere le note, scoppiai a piangere per la sorpresa di riuscire a farlo io stessa.

Quali sono i prossimi progetti?

Continuare a vivere nella musica (concerti, seminari, lezioni-concerto, tournée in Oriente) e di musica, con i ragazzi: è bello poter mettere la propria esperienza al loro servizio.

Grazie a Stelia
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